l’etica del giornalismo nostrano

A proposireport ENIto della diatriba fra Report e Eni: non è che il colosso brilli per simpata né che meriti il premio filantropico dell’anno, tuttavia bisogna ammirarne la pronta e sapiente reazione alla trasmissione.  Utilizzando  Twitter  durante la diretta  ha confutato in tempo reale mostrando la propria documentazione; Eni ha inoltre predisposto un apposito  dossier sul suo sito, nel quale sostiene  di non aver avuto la possibilità di rispondere in diretta e che la documentazione ampiamente fornita sia stata utilizzata solo parzialmente. Solo qualche giorno prima anche lo staff di Zingaretti aveva contestato la trasmissione per il suo utilizzo incompleto e strumentale delle informazioni  e la decontestualizzazione e il frazionamento delle dichiarazioni rese durante le interviste rilasciate. Uguali contestazioni Report le ha ricevute anche da parte del veterinario intervistato per la puntata della trasmissione sul cibo per animali. Evidentemente c’è un problema.

L’IRRESPIRABILE CLIMA DI VENDETTA
Esiste un palpabile sentimento collettivo che si colloca tra la frustrazione accumulata a lungo, la voglia di vendetta, il desiderio di rivalsa che finisce per incanalarsi verso una sorta di forza distruttiva talvolta fine a sé stessa.
Oramai ci siamo assuefatti a rivendicazioni continue, a comunicazioni aggressive e spesso strillate che portano alla venerazione verso coloro che “sfidano il potere” (come, appunto, la Gabanelli, o talvolta, le Iene), ponendosi al di fuori di una certa informazione colpevolmente allineata, dicendo, al contrario degli altri, “le cose come stanno”. In effetti la nostra informazione non brilla per indipendenza e voglia di approfondimenti. A noi umili mortali assetati di verità, per smascherare i numerosi complotti che governano le nostre esistenze non resta che la rete, il medium degli onesti,  che ci permette di informarci (anzi di contro-informarci) e che veneriamo come un tempo veneravamo la tv nazional-popolare. La nostra sete di conoscenza si paca solo sul web, dal quale accettiamo di tutto, bufale incluse (come quelle numerosissime circolanti sulla Boldirini o la Kyenge) purchè siano contro qualcuno. Quanto ci piacciono quei post su Facebook che ci ordinano di diffondere notizie “secretate” cliccando su un titolo monco. Ci sembra di contribuire alla condivisione della verità.
In questo clima la temeraria Gabanelli è diventata l’eroina post moderna di una nazione moralmente devastata. E viene proposta addirittura come Presidente della Repubblica, evidentemente per i suoi meriti legati  alla capacità di sbugiardare alcuni potenti.

IL POTERE DELL’INFORMAZIONE
marco-parma-istituto-garofani-rozzanoLo sanno tutti: detenere l’informazione genera un immenso potere. Il potere d’agenda, per esempio: si tratta della decisione circa gli argomenti di cui trattare, il loro ordine di priorità, chi esaltare e chi seppellire nell’oblio. Non è una cosa da poco.
Inoltre si può scegliere non solo l’argomento ma cosa raccontarne e come farlo, quali fonti utilizzare, quante campane ascoltare. E ovviamente la scelta incide sul risultato. Spesso le notizie che leggiamo sono inesatte o parziali, o sono interpretazioni allineate prive di una vera e oggettiva ricerca dei fatti. O costruite sulla base di uno scopo pre-costituito. Talvolta sono addirittura inesistenti e basate sul nulla. Un esempio eccellente:  Ignazio Marino, la  menzognera domanda posta al Papa dal giornalista al ritorno da Philadelphia (una  spintarella verso il commissariamento del comune di Roma) o la saga tragicomica della Panda Rossa, azioni giornalistiche concertate che  Gramellini ha definito il tiro al sindaco. O  la recente storia del preside di Rossano  rimbalzata velocemente da tutti i media nostrani, e risultata poi una colossale mistificazione, artatamente strumentalizzata, che ha costretto il poveretto a rassegnare le dimissioni. Nessun mea culpa da parte dei divulgatori delle notizie inesatte:  neanche accennato, anzi c’è chi ha continuato pervicacemente nelle accuse. Chiunque sia stato oggetto di una campagna di informazione fuorviante sa bene quanto sia difficile uscirne, soprattutto se la diffamazione è concertata. E anche  ritrattare serve a poco,  una misinformation ha  effetti a lungo termine: è  quasi impossibile correggerla. Il che accresce a dismisura il potere di chi  “fa informazione”.

GIORNALISMO O FICTION?
Le polemiche su Report hanno  mostrato come si possano manipolare le registrazioni attraverso un montaggio ad hoc che decontestualizza fortemente la sostanza trattandola come una fiction. Provate a rivedere una vostra eventuale intervista in TV: ricostruita e ritagliata, stenterete a riconoscere quello che avete detto! Come scrive “Il quotidiano Italiano”:
Ma Report ha uno stile tutto suo, se di stile si può parlare. Nei video mandati in onda le interviste e le inquadrature vengono tagliate e incollate, spesso senza rispettare la cronologia delle dichiarazioni e omettendo parte di esse. Una sorta di finzione teatrale utilizzata per rendere più chiare le tesi sostenute dalla Gabanelli e dal suo staff. Tesi che molte volte corrispondono alla realtà dei fatti, altre volte la forzano. In più occasioni, infatti, la conduttrice ha poi dovuto rettificare le inesattezze e le mancanze dei servizi nelle puntate successive. Anche qui la mimica diviene quella della recita, con tanto di espressione infastidita e quell’aria di chi dice: “devo dirlo per forza ma tanto ho ragione io”.
Ve lo ricordate Blobblob? Un intero programma basato sulla manipolazione e il montaggio di spezzoni decontestualizzati che costruiscono un insieme assolutamente inedito, dal significato totalmente traslato rispetto alla situazione reale. Si pensi anche al montaggio veloce spesso sincopato di un programma come le Iene, palesemente costruito per drammatizzare. Insomma, è facile manipolare quanto registrato e farlo diventare altro.
L’asimmetria di posizione è palese. Chi informa ha un potere illimitato su chi viene informato e su ciò su cui si informa.

E L’OBIETTIVO?
E’ lecito dunque domandarsi quale sia l’obiettivo dell’informazione come settore professionale. E la risposta non è così lapalissiana. Affianco all’informare si aggiungono il potere, il guadagno, il favore politico, l’interesse. Come sanno bene gli psicologi delle organizzazioni  al di là degli obiettivi della mission aziendale, ciascun componente ha il proprio fine particolare, che spesso entra in conflitto non solo con quello altrui, ma anche con quello collettivamente dichiarato.
Anche se allineati si può avere intersse nel trasmettere programmi di rottura purché vi sia share, e dunque introiti. Chi segue Report spesso dimentica di seguire la RAI, e non una indie rivoluzionaria. Se il modello del giornalismo di inchiesta ha successo lo si conserva e lo si replica; se questo per l’organizzazione è fonte di introiti, per i protagonisti  è fonte di potere , di stima personale, di immagine positiva. Per mantenere tutti questi gratificanti aspetti non è più così importante che quello che si dice sia documentato ed imparziale ma che si dica qualcosa di scandaloso, anche se parzialmente vero o parzialmente distorto, che irrompa con violenza sui media e che quindi sostenga la conquistata reputazione  contro-corrente. Non è che tutto ciò che è stato fatto da Report sia da buttare, ma qualcosa è andato storto, ed occorre fare una riflessione su questo e soprattutto sullo stato generale del giornalismo nostrano: potrebbe servire a rallentare la crescente disaffezione dei cittadini nei confronti dell’informazione tradizionale.

 

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